22 febbraio 2018

Perché le mie bambole non sono principesse

Qualche giorno fa ho realizzato un quiet book per una bambina in cui mi sono molto rispecchiata. Non la conosco, ma appena la sua mamma mi ha descritto come l’avrebbe voluta raffigurare in copertina ho capito che mi ricordava tanto qualcuno: me stessa. E quanti ricordi sono affiorati alla mia mente durante la realizzazione di questo lavoro! Mi sono ritrovata a sorridere da sola ed è stata una bellissima sensazione.

Perché le mie bambole non sono principesse

Vi capita mai, mentre lavorate o mentre state facendo qualcosa in solitudine, una cosa che vi estranea dal resto del mondo, di vagare con la mente al punto di fare smorfie, ridere e commuovervi senza quasi rendervene conto? A me capita ed è una bella magia, come se si aprissero piccoli scrigni che sono lì chiusi da un sacco di tempo in attesa di essere ritrovati… beh è anche segno che la  memoria funziona ancora bene nonostante l’età!

Perché le mie bambole non sono principesse

E cosa è uscito da questi vecchi scrigni impolverati? Una bambina esile, con i capelli sempre spettinati, vestita da maschiaccio, con un’aria furbetta e curiosa. Ero una solitaria, un’esploratrice, testarda e risoluta. Spesso vagavo da sola per la campagna e nascondevo piccoli tesori nelle cavità degli alberi o scavavo  buche  nel terreno che poi segnavo con delle pietre per ritrovarle. Negli anni ho sepolto chissà quanti vetrini colorati, legnetti contorti e piume di ogni genere, immaginando storie fantastiche. Spesso andavo allo stagno e se sfortunatamente trovavo un pesce morto lo avvolgevo nelle foglie, poi con cura lo seppellivo. La prima volta che vidi delle uova di rana costrinsi tutta la mia famiglia a venire con me per ammirarle, erano bellissime nel loro gel molliccio che le faceva restare a galla e le tenevo d’occhio ogni giorno in attesa di veder nascere i girini. Avevo una bicicletta da cross vecchia, che era stata di mio cugino, con quel sellino lungo a cui appendevo fili colorati e campanelli che suonavano al vento e vagavo per i sentieri annusando la natura, con gli occhi sgranati di chi ha sete di conoscere e scoprire tutto ciò che ci circonda. Avevo sempre le ginocchia sbucciate per le cadute o perché mi arrampicavo chissà dove senza curarmi del pericolo. Una volta sono caduta nel vuoto e mi sono trovata appesa con le gambe dentro a un cespuglio di rovi, fortuna che portavo sempre i pantaloni! Mia madre rinunciò presto a propormi vestitini femminili e scarpe leggere, lasciandomi indossare comode salopette e scarponi, tanto sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Ma giocavo anche con le bambole, quelle bruttine, quelle che restavano sugli scaffali del negozio del paese perché nessuno le sceglieva, era la mia missione. Le mie amiche avevano bambole fighissime con nomi romantici, io avevo degli sgorbietti sconosciuti a cui rendevo il sorriso portandole a casa con me e prendendomene cura.

Ora capite perché creo mostracci e non bambole perfette come principesse?

Ho trascorso molti momenti da sola fino ai sei anni, quando i miei amici andavano all’asilo (quello che oggi è la scuola materna) che a quel tempo in paese c’era solo quello delle suore ed io non ne volevo proprio sapere, non le sopportavo. Ci facevano cantare, pregare e stare seduti. Davanti alle mamme che accompagnavano i bambini erano sorridenti e gentili, poi diventavano severe e brutte. Dopo pochi giorni di frequentazione i miei genitori videro in me un cambiamento, avevo perso il sorriso e l’entusiasmo, così mi dissero che dovevo andarci solo se lo volevo. Insomma 40 anni fa era diverso, non era obbligatorio e non era proprio un pre-scuola. Quella fu la mia salvezza! Mi riappropriai del mio mondo da esploratrice e del mio ruolo di salvatrice di sgorbietti tristi e ritrovai il sorriso. Con la scuola elementare tutto andò bene, mi  impegnavo ed ero felice di imparare, trovai nuovi amici con cui trascorrevo molto tempo, ma non abbandonai il mio spirito libero.

Perché le mie bambole non sono principesse

Ancora oggi ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di esprimere me stessa, senza forzature, senza costringermi a fare ciò che facevano tutti. Mi hanno  insegnato a scegliere seguendo il cuore, a cercare di farmi accettare per ciò che sono senza dovermi per forza modellare agli altri. Una strada tortuosa, spesso in salita e piena di insidie, perché se non sei abbastanza forte puoi crollare. Io l’ho scelta anche da genitore, consapevole delle mie responsabilità. Ne sto già vedendo i frutti, come la scorsa settimana, quando è accaduto un fatto piuttosto grave, di cui vi racconterò nel prossimo post.

E voi che tipo di bambine siete state? E vi rispecchiate nei vostri figli?

 

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