04 maggio 2018

A me bastano i sogni

Dopo aver pubblicato l’ultimo post, quasi un mese fa, ho ricevuto fra i tanti messaggi di complimenti e auguri per la storia d’amore, anche parole sussurrate, timide, quasi dette a mezza voce, di chi si è soffermato a leggere fra le righe quella frase “quando mio padre si è impiccato”. Mi avete chiesto timidamente delle spiegazioni o semplicemente mi avete dimostrato solidarietà per un dolore così grande.

Già, un dolore così grande

Vi ho risposto in privato, ma ho sentito il bisogno di farlo anche qui, perché sono certa che la condivisione possa aiutare non solo me a spiegare e voi a capire, ma anche qualcuno che ha vissuto momenti simili a sentirsi meno solo. Ho iniziato a scrivere questo post quasi subito, poi l’ho abbandonato, indecisa, forse anche spaventata, non del giudizio,  ma del fatto di mettere a nudo le ferite per quella morte che ha segnato un prima e un dopo nella mia vita.

CHI ERA MIO PADRE

Per raccontarvi tutta la storia ci vorrebbe un libro, dovrei partire dalla mia infanzia per farvi capire la complessità di quella persona che era mio padre. E se ve lo raccontassi potreste innamorarvi di lui, per la sua bontà, la sua schiettezza, la grande cultura che aveva, la simpatia e le sue doti oratorie che incantavano chiunque. Dovrei parlarvi di quel padre che molte  amiche mi invidiavano, perché giocava con noi come un bambino, raccontava storie, faceva  scherzi. E avrei così tanti aneddoti di cui parlare che potremmo stare qui per ore.

Ma la vita è lunga e allo stesso tempo breve.

Ci sono stati anni in cui mio padre era per me il mio gigante buono, quello che mi dava sicurezza, che mi faceva sentire protetta e che mi faceva credere di vivere in una famiglia felice, perfetta nella sua semplicità. Era riuscito a costruire intorno a me una fortezza che avrei difeso ad ogni costo. Lui era invincibile come i supereroi.

Ma quando sono cresciuta ho capito che c’era un lato oscuro, che la mia famiglia non era così perfetta. Soprattutto ho capito che il vero supereroe era mia madre, che stava attenta a non far crollare quella fortezza. Ho capito che era stata lei a tenerci  insieme, lei aveva fatto da collante, nonostante tutto.

Poi la separazione burrascosa e i vent’anni successivi. Il caos, la rabbia, l’amarezza, la sensazione di sentirsi orfana pur avendo i genitori, il dover crescere in fretta e in alcuni casi doversi sentire più adulta di loro.

Il tempo, tanto, troppo tempo, era riuscito ad attenuare le ferite, a farmi seppellire tutto per tornare ad avere un padre che non era più il mio eroe, ma era diventato un uomo che mi faceva tenerezza, con il suo modo di cercare in me quella bambina che lo aveva tanto amato.

Gli volevo bene, un bene immenso, nonostante le incomprensioni. Per quelle mi dicevo, ci sarà tempo, adesso va bene così, prendiamoci per ciò che siamo, ricominciamo da un abbraccio. Lo vedevo con i miei bambini e mi si riempiva il cuore, per come li guardava, per quanto ne era orgoglioso.

Ma il tempo non c’è stato.

Ho capito che non sapevo più niente di lui, nonostante gli facessi mille domande e mi preoccupassi della sua situazione. Lui rispondeva sempre tutto bene con un grande sorriso, sfruttando le sue doti da oratore per incantarmi.

Intanto aveva già deciso, aveva pianificato.  E so bene che quando è così non puoi farci niente. Solo poche righe scritte nella sua bella grafia lasciatagli dagli studi in seminario:

Una vita sbagliata merita una fine sbagliata.

Lo abbiamo cercato e in meno di un’ora lo abbiamo trovato, fra i suoi amati olivi.

Il mondo si ferma, ti senti un fuoco dentro che non ti da pace, vorresti urlare, fermare il tempo e prendere a calci la vita. Hai mille domande  per le quali non troverai mai delle risposte.

Da quel momento esiste un prima e un dopo.

Prima, nonostante tutto, avevo una famiglia intera, quella nella quale ero cresciuta, sangue del mio stesso sangue, fatta a pezzi e ricomposta un po’ così, ma comunque intera, con tutti i suoi componenti sparsi qua e là. E dopo? Un vuoto che avrei voluto colmare con parole che non avevo detto, gesti che non avevo fatto, attimi che non mi ero concessa per la stupida illusione da ragazzina che si prende il lusso di portare rancore credendo di essere abbastanza forte da non pentirsene mai.

Dopo quel giorno ho trascorso il tempo a farmi domande e a cercare risposte, pur sapendo che non le avrei trovate.  Piangevo di notte, perché durante il giorno dovevo sorridere per i miei bambini, mentre raccoglievo tutte le energie per affrontare le novità e il tempo che non aspetta. La casa di mio padre venduta all’asta alcuni mesi prima all’insaputa di tutti e l’urgenza di andare a raccogliere le sue cose per lasciarla vuota all’acquirente, con il conseguente ritrovamento di tanti ricordi nascosti fra quelle mura, fra i suoi libri, i suoi vestiti, il suo odore, la sua musica, la sua solitudine.

Dovendo piangere di notte ho smesso di dormire e piano piano mi sono convinta che stessi impazzendo. Avevo una paura inspiegabile e mai provata nel restare in casa da sola, spesso tremavo e se chiudevo gli occhi vedevo mio padre chiuso in un sacco di plastica all’obitorio, o appeso a qualche albero del mio giardino.

Poi una notte, dopo alcuni mesi, l’ho sognato.

Io ero bambina e lui il mio gigante buono, in canottiera e bermuda come il suo solito, che camminava nel senso opposto ad una folla di persone vestite eleganti, loro serie e lui sorridente. E’ stata la mia salvezza. Piano piano ho ritrovato la mia positività ed ho iniziato a perdonare. La rabbia se n’è andata lasciando il posto ai bei ricordi, come se un vento avesse spazzato via quella parte di vita caotica che ci aveva tenuti lontani. Avevo ritrovato il mio eroe, quel padre di cui ero stata orgogliosa, che non aveva paura di andare controcorrente saltellando per le strade del paese mano nella mano con la sua bambina.

A me bastano i sogni

Oggi quando penso a lui vedo il suo sorriso spavaldo e fiero, sento le sua voce e provo un senso di pace.

Ha fatto molti errori ma non lo cambierei con nessun altro padre. Non voglio sapere come sarei oggi se non avessi dovuto affrontare tante rinunce o se avessi avuto un padre ordinario, non voglio perché non mi interessa. Ciò che ho vissuto fa di me quella che sono, ha forgiato il mio carattere e la mia personalità, facendomi apprezzare ogni prezioso istante che la vita mi concede.

Ho capito che non si può giudicare né tantomeno condannare la sua scelta. Ho sentito tante parole al vento, frasi fatte da persone che parlano solo perché hanno la bocca, senza conoscere, senza sapere, solo per il gusto del pettegolezzo. Non mi sono mai lasciata ingannare, anche quando ero piena di rabbia, perché nel mio cuore ciò che conta davvero è il bene che ci ha legati, quel sentimento forte che ancora mi fa piangere e sorridere.

Ogni tanto ci incontriamo di notte e camminiamo insieme, mano nella mano, in silenzio. Così ogni giorno sorrido alla vita e sono grata per tutto.

Qualcuno si rifugia nella fede, a me bastano i sogni

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