Di quando mi sono riappropriata delle mie radici

Radici è la mia parola dell’anno ed è arrivata prepotente, senza dubbi, dopo un percorso lungo una vita.

Chi mi conosce sa quanto amo e rispetto la natura, ma forse solo chi mi segue da tempo conosce la mia storia. Ebbene, possiedo un’oliveta in un luogo bellissimo sulle colline toscane, un dono speciale che ho imparato ad apprezzare veramente solo da poco tempo. Questi duecento olivi, un ruscello, uno stagno, una capanna sgangherata e un panorama mozzafiato, sono l’unica eredità materiale che mi ha lasciato mio padre. Ma per come sono andate le cose, per il dolore che ha risucchiato il mio tempo prima in domande poi nella voglia di mettere tutto in un angolo, per anni ho creduto fosse solo un peso, qualcosa che non mi riguardava e di cui avrei voluto liberarmi. Un errore gigantesco, ma forse era così che doveva andare, semplicemente non ero pronta.

Così il bosco circostante si è risucchiato tutto, i rovi e tutte le piante rampicanti di questo mondo hanno avvolto gli olivi come catene, tanto che di quel terreno che mio padre aveva fatto diventare un giardino non c’era più traccia. Non si poteva più camminare fra le piante o raggiungere il ruscello, era un intrico selvaggio e abbandonato. Già, abbandonato. Per anni sono andata lassù sporadicamente, a controllare non so bene cosa, restando ai margini, facendo credere a me stessa di esserne indifferente, poi è scattato qualcosa e tutto è cambiato. Forse anche grazie al 2020 così assurdo che mi ha fatto fare un grande lavoro introspettivo, mi sono resa conto che io quel posto lo amo ed ho sentito il bisogno travolgente di riportarlo in vita.

Da quel momento tutto ha avuto un senso e i progetti si sono dipanati nella mia testa talmente forti che ho agito subito, senza rimandare o lasciare il posto a dubbi. Ho iniziato a liberare gli olivi con l’aiuto di una persona del mestiere e già dopo il primo giorno è sparito il senso di soffocamento che mi davano quando li guardavo. Si tratta di un lavoro lungo e faticoso, che la sera ti fa tornare a casa con le ossa rotte ma è un dolore che mi dona una soddisfazione indescrivibile, per non parlare della felicità che provo quando i miei figli vengono ad aiutarmi.

Contemporaneamente mi sono iscritta a un corso di apicoltura che inizierò a breve, così da arrivare a primavera pronta per concretizzare un sogno, forse non solo mio. E se ho deciso di condividerlo con voi è perché credo che l’amore per la natura si possa trasmettere. Ho questa immensa fortuna, vivo in un luogo in cui ancora è possibile autoprodurre moltissimo, respirare aria pulita e quasi dimenticarsi che invece il pianeta è avvelenato proprio da noi. Ecco perché voglio fondere sempre di più le mie radici contadine con il mio lavoro, per portare un messaggio, incuriosire, divulgare, imparare insieme a voi ciò che la natura ci insegna ogni giorno.

Ad esempio nell’oliveta, giù in fondo vicino al bosco, c’è una zona in cui le piogge abbondanti portano acqua dal ruscello e i cinghiali ne hanno fatto il loro ritrovo. Smuovono il terreno in cerca di ghiande e altro cibo, bevono, si rotolano nel fango. Vorrei essere qui di notte per vedere i loro assembramenti senza mascherina, liberi di abbracciarsi e divertirsi. Qualcuno mi ha detto che dovrei recintare o addirittura dare il permesso ad una squadra di cacciatori di venire ad abbatterli perché rovinano tutto. Ecco cosa siamo, ci sentiamo così superiori da voler decidere della vita degli altri, invece di rispettare il ciclo vitale della natura. Io sono felice di lasciare ai cinghiali un pezzetto della mia terra per fare baldoria, me li immagino mentre scorrazzano liberi e sono fiera di ospitarli. Quando ho fatto dei progetti per questo posto, ho deciso non solo in base alla posizione, al terreno, al clima, ma anche alla fauna che ci vive. Sarebbe come decidere di coltivare patate senza una recinzione e uccidere gli istrici perché verrebbero a mangiarle. Insomma, dobbiamo convivere, questo è ciò che abbiamo bisogno di ricordare ed io voglio che questo angolino di mondo sia un piccolo esempio di rispetto, in cui la mia impronta sia solo quella che serve a salvaguardare l’ecosistema.

Ecco perché Radici, perché le mie erano qui e non lo sapevo.

Adesso, piano piano, al ritmo delle stagioni, vi racconterò come si evolve e vi spiegherò come tutto si potrà integrare con il mio lavoro di cucito. Ho aperto un profilo Instagram che si chiama @apilamente ma devo ancora capire se sia meglio per me raccontarvi tutto attraverso @mostracci o tenere separate le due cose.

Un passo alla volta, intanto godiamoci il panorama.

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